Guido Castelli, Coi piedi per terra

Il nuovo saggio di Guido Castelli è uscito. C’è bisogno di territorio, di relazioni, di comunità per ridare anima alla politica; affinché la politica possa aiutare i cittadini a risolvere i problemi. D’altronde è a questo che dovrebbe servire. Ma senza avere i piedi ben piantati per terra, nei territori, nella realtà – come il gigante Anteo della mitologia – la politica ha perso credibilità ed efficacia. Da qui vuole ripartire Guido Castelli, sindaco di Ascoli Piceno da quasi dieci anni, delegato dell’Anci (l’Associazione Nazionale dei Comuni d’Italia) alla finanza locale, candidandosi (non da oggi) come “apostolo dei Comuni”, in un’Italia da sempre terra di municipalismi e di vocazioni autonomiste (Guido Castelli, “Coi piedi per terra”, Edizioni dEste, 176 pagine, 12 euro).

La ricetta dell’autonomia e della sussidiarietà è l’unica – secondo Castelli – che può ridare fiato e futuro a un Paese in affanno: dalla burocrazia ingessata, più attenta ad adempiere che a funzionare, alle macerie non rimosse a due anni dal terremoto; dalla crisi della rappresentanza all’emergenza sicurezza; dalla paura e dalla rabbia che covano ovunque alla speranza di una politica che ritrovi la P maiuscola.

“Il nostro Paese soffre da sempre di una distanza tra cittadini e Istituzioni – scrive Castelli – che si radica sulla percezione di uno Stato “nemico”. Rapace, ostile, separato dalla vita reale. Una nuova cultura dello Stato ha bisogno dei territori, della loro vivacità, del loro buon senso. È nel territorio che vive la comunità, è nel territorio che si manifesta la solidarietà e la coesione sociale”. Castelli che non si augura “un partito dei sindaci”, ma è convinto che la classe dirigente, che nei sindaci d’Italia si è costruita e manifestata, possa “contaminare con la propria cultura di governo partiti e movimenti politici”.

Eppure i sindaci sono stati presi in trappola – scrive Castelli – “tra l’accusa di omissione di atti di ufficio, se non fanno, e quella di abuso d’ufficio se fanno troppo o troppo velocemente. È una follia. Troppe norme e scritte troppo male affidano tutto all’interpretazione”.

La politica credibile non rinasce con la tecnocrazia, ma con la buona amministrazione dei territori in cui vivono comunità, imprese e famiglie. Il verbo autonomista e federalista può riproporsi per riaffermare la centralità della terra e dei territori, del principio di sussidiarietà. Per un’Italia dei Comuni che sa e può fidare progetti e futuro ai suoi cittadini. “Mi consento una provocazione – aggiunge Castelli nel suo libro-pamphlet – non è forse tempo di dire ‘basta riforme’? Spesso le riforme restano sulla carta, in attesa di decreti attuativi che arrivano tardi, rispetto al ‘bisogno di riforme’, e altrettanto spesso sono mal scritti. E ancora più spesso le riforme non cancellano il passato, ma complicano ulteriormente il futuro”. E infatti Guido Castelli aveva scritto due anni fa un pamphlet contro la riforma costituzionale proposta da Matteo Renzi (Guido Castelli, “No, caro Matteo”, edizioni dEste, pagine 128, euro 12), proprio per evitare quel pasticciato aggiustamento della realtà, per successive e incoerenti riforme, che ha caratterizzato gli ultimi decenni della vita nazionale.

 

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